Chiara Bertinetti e lo scatto perfetto

Chiara Bertinetti,
foto gentilmente concessa

Intervista alla fotografa e videomaker

Molti di noi si sentono un po’ “fotografi”. Con lo smartphone sempre a portata di mano, catturare un momento speciale, un paesaggio mozzafiato o anche solo un piatto di pasta al ristorante è diventato semplicissimo. Ma pensate a com’era una volta: scattare una foto significava spendere soldi, aspettare che il rullino venisse sviluppato e incrociare le dita, sperando che il risultato fosse quello desiderato. Un gesto che, ai giorni nostri, sembra quasi banale, ma allora era un piccolo lusso. Voglio portarvi oltre questo uso quotidiano della fotografia, dentro il mondo di chi la vive davvero, con passione e competenza ogni singolo giorno. E qui entra in gioco Chiara Bertinetti. Chiara ama la fotografia, l’arancione, la cucina e i viaggi, e da Torino si è trasferita a Milano circa un anno fa. Nei suoi scatti non c’è solo tecnica: c’è un racconto, un’emozione, un invito a vedere il mondo con occhi diversi. Attraverso i social possiamo scoprire i suoi consigli, rubare qualche trucco del mestiere e lasciarci ispirare. Bertinetti ci mostra che la fotografia non è solo un click: è passione, dedizione e uno sguardo unico su ogni dettaglio che ci circonda. Proseguite la lettura per saperne di più.

Uno dei suoi scatti,
foto gentilmente concessa

Salve Chiara, grazie per aver accettato il mio invito. Quando ha capito di voler diventare fotografa e quali sono stati i primi passi del suo percorso? Io credo che esistano persone che vivono il mondo in maniera più profonda di altre, e io mi riconosco tra queste. Riconosco che questa mia ricerca della profondità si sia tradotta, in fotografia nel tempo: inizialmente era solo un gioco, poi, è diventata un vero e proprio mezzo di comunicazione e di espressione. Quindi non penso ci sia stato un momento preciso in cui ho capito di voler diventare fotografa: è successo in modo naturale, secondo me. La vera decisione e accettazione della cosa è avvenuta intorno ai miei 18 anni. Non vengo da un contesto in cui la fotografia era considerata un lavoro “serio” e, nel momento in cui mi sono ritrovata a dover decidere l’università da frequentare, indecisa tra fisica e fotografia, sommersa dai “Guarda che ce la fa solo uno su un milione”, “Ma non è un lavoro serio”, eccetera, ho scelto definitivamente la fotografia e non mi pentirò mai di quella scelta. Ho scelto questa strada con consapevolezza e responsabilità. I primi passi non sono stati romantici: studio, assistenza, gavetta… Ho imparato prima a reggere il peso delle responsabilità e poi a cercare la mia strada in questo spazio di creatività.

Ripensando agli inizi, ricorda il suo primo soggetto e le emozioni che ha provato dopo aver catturato lo scatto che ha riconosciuto come quello giusto? Più che il soggetto, ricordo la sensazione. Lo scatto giusto è definito da una serie di componenti: tecnica, istinto e bellezza. Chiaramente, all’inizio, non si riescono a unire tutte queste caratteristiche, ma, nel tempo, con costanza e attenzione, si possono fondere insieme e creare delle vere vibrazioni.

Come si prepara prima di uno shooting e in che modo riesce a mettere a proprio agio le persone che si sentono meno sicure davanti all’obiettivo? La preparazione è un processo molto più lungo di quanto si possa immaginare. Studio il brand, la psicologia del cliente, il linguaggio visivo; definisco l’identità che si vuole dare allo shooting e, successivamente, si definiscono le caratteristiche più tecniche, come, ad esempio, la luce. Io, nello specifico, sono una persona molto precisa e non lascio nulla al caso: dall’idea di styling e make-up, di cui ovviamente si occuperanno altri professionisti, ai props da usare sul set, eccetera, tutto inserito in una presentazione apposita, che, in termini tecnici, si chiama moodboard. Sul set, io mi ritengo una persona che cerca di portare allegria, per sciogliere qualsiasi tipo di tensione iniziale e, poi, una cosa che aiuta molto è semplicemente conoscersi; quindi mi capita di chiedere ai miei soggetti cosa fanno nella vita o le loro passioni e, a livello pratico, guido molto nel posing. In questo modo si superano molti ostacoli che impedirebbero la riuscita delle foto. Avere anche un po’ di musica sul set aiuta molto.

Sui social media pubblica molti contenuti interessanti. Potrebbe raccontare ai nostri lettori com’è una sua giornata lavorativa tipo? Come viene organizzata la creazione dei contenuti per un canale YouTube e in che modo questi si differenziano da quelli pensati per Instagram? Una mia giornata lavorativa tipo è unica: non ho mai una routine precisa e questo è un fattore che, sì, ti permette di essere gestibile, ma crea anche tanti problemi, perché ci sono volte, come in questo periodo, che dormo quattro ore a notte e non riesco a ritagliarmi nemmeno un’ora per andare in palestra o a fare una passeggiata. A lungo andare è molto stressante. In ogni caso, le mie giornate “tipo” si dividono in due: i giorni di produzione e i giorni di post-produzione. I primi sono i giorni in cui sto otto o dieci ore fuori casa per occuparmi della parte di shooting pratico, che sia video o foto. Solitamente esco la mattina presto, registriamo per tutta la mattinata, pranzo con il cliente, proseguiamo con il lavoro e, al termine della giornata, torno verso casa, riorganizzo il materiale della giornata con backup e doppio backup, ceno al volo con la mia coinquilina e, se non è troppo tardi, guardo un film o leggo un libro; altrimenti mi sistemo e vado direttamente a dormire. Nelle giornate di post-produzione mi alzo sempre presto; se riesco, vado in palestra un’oretta e mezza e poi, dalla mattina alla sera, mi dedico alla post-produzione del materiale che ho registrato nei giorni precedenti: è una fase molto impegnativa, per cui sono sempre molto assorbita, in questo caso. Se non ho urgenze particolari, intorno alle 18.30 stacco, vado a fare una passeggiata lungo i Navigli, torno a casa, preparo una bella cenetta, mi rilasso con un film o un libro e poi vado a dormire. Tutta la parte di registrazione e post-produzione di contenuti social la svolgo solitamente nei giorni liberi che ho a disposizione, che sono pochi, ma cerco di mantenere una buona costanza: quindi, tendenzialmente, la domenica scrivo i testi e registro e, in settimana, post-produco e pubblico. Non ho ancora un canale YouTube, ma è nei miei piani aprirlo in futuro.

A proposito di contenuti, ha condiviso un’esperienza unica vissuta durante una vacanza in solitaria la scorsa estate. Quali insegnamenti ha tratto da questo viaggio e come l’ha realmente vissuto? E infine, quale progetto futuro la entusiasma di più? Quel viaggio in solitaria è stato un po’ un’evasione. Quando si lavora costantemente per crescere, per performare, per costruire, può succedere che si arrivi a un punto in cui crolli, ed è quello che è successo un po’ a me. Quel viaggio, nello specifico, è stato importante per me perché ho toccato con profondità la mia anima e mi sono sentita libera: una cosa che, per quanto tutti pensiamo di esserlo, non sempre lo siamo davvero. Per me, questo viaggio è stato liberatorio e necessario. Il progetto che mi entusiasma di più, oggi, è continuare ad ampliare la mia attività nel settore commerciale e moda e, soprattutto, portare sui social la realtà di questo mondo, i cui processi di crescita sono difficili o sconosciuti.

Forse da oggi vedrete la fotografia con occhi diversi. A presto readers!

Di Michaela Alfano

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