Lei G. e la forza della fragilità

Lei G.,
foto gentilmente concessa

Quando un libro comincia il suo viaggio

Oggi sono felice di ospitare Lei G., una giovane scrittrice e poetessa che, grazie alla sua formazione giuridica e criminologica, affronta la scrittura con consapevolezza e cognizione di causa. Parallelamente, continua a esercitare nel mondo del diritto, mantenendo però ben separata questa attività da quella di scrittrice. Chi la segue sui social può leggere i suoi frammenti di pensieri poetici e letterari, che diventano spesso un piccolo assist per i suoi lettori, spingendoli a fermarsi e a riflettere sul senso delle cose che accadono nel quotidiano. Il suo esordio arriva nel 2024 con “L’amore è un sogno. La vita continua”, edito da Family Editore: un viaggio delicato, personale e metaforico alla scoperta del profondo dell’anima, che accompagna il lettore attraverso la perdita, ma anche verso la rinascita, la memoria e soprattutto la resilienza. Nel 2026 ha presentato nel Mantovano “Il Roveto”, pubblicato dalla stessa casa editrice: un mix di narrativa e thriller psicologico, con annesse indagini e crimini legati alla sfera del controllo algoritmico. La protagonista, Jamie, si trova davanti a una scelta: accettare una realtà programmata oppure preservare la propria identità, anche a costo di affrontare le proprie paure e combattere per essa. Se questa piccola anteprima vi ha incuriositi, non vi resta che continuare la lettura per scoprire come si è raccontata, in questa nuova e interessante intervista, sono sicura che chi ancora non la conosce avrà modo di apprezzarla.

Lei G.,
foto gentilmente concessa

Salve e grazie per essere qui! La spinta a scrivere è nata da qualcosa accaduto in passato o è arrivata da dentro? Quanto è stato importante avere qualcuno che credesse in lei all’inizio? Grazie a voi per questo spazio di dialogo. Credo che ciò che accade fuori di noi e ciò che si muove dentro finiscano inevitabilmente per incontrarsi. Nella mia attività professionale mi confronto ogni giorno con il rigore dei codici, delle procedure e dell’analisi tecnica. Il diritto, per sua natura, ha bisogno di definizioni e perimetri precisi. L’essere umano, invece, è fatto anche di contraddizioni, silenzi, fratture e zone d’ombra. A un certo punto ho sentito che le regole ordinarie non bastavano più a contenere tutto ciò che osservavo e percepivo. Scrivere non è diventato un modo per fuggire dalla realtà, ma per guardarla da un’altra prospettiva, cercando di dare forma anche a ciò che difficilmente riesce a trovare parole. Prima ancora di pensare alla pubblicazione, la scrittura era già uno spazio necessario. Credo che, all’inizio, avere qualcuno che crede in ciò che fai sia certamente una sponda importante e rassicurante. Ma scrivere richiede anche una forma profonda di solitudine. Il primo a dover credere nella necessità di una storia è l’autore stesso. Se non accetti di esporti, di dubitare e di rimanere davanti alla pagina anche quando non arrivano conferme, nessuna approvazione esterna può davvero sostituire quella convinzione.

In quale momento della giornata si accorge che la creatività inizia a farsi sentire? Quando succede, cerca il silenzio o ha un luogo in particolare che la ispira? La creatività si fa sentire soprattutto nelle ore di soglia: all’alba o la sera tardi, quando il rumore operativo della giornata si attenua e la mente può finalmente liberarsi dalle incombenze quotidiane. Nei miei libri tornano spesso l’alba, la notte, il silenzio e quei momenti sospesi in cui sembra che qualcosa stia per accadere. È proprio lì che personaggi smettono di essere semplici idee e cominciano ad acquistare una voce propria. Per scrivere non cerco necessariamente un luogo preciso. Cerco soprattutto una distanza. Ho bisogno di uno spazio mentale appartato, senza troppe distrazioni e senza la sensazione di essere osservata. È in quel silenzio che riesco ad ascoltare davvero i personaggi prima ancora di costruire la trama. A volte tutto comincia da una frase, da un’immagine o da un pensiero annotato rapidamente. Può capitare di appuntarlo sul telefono o su un foglio e di tornarci molto tempo dopo. La storia spesso nasce proprio così: da qualcosa di piccolo che continua a chiedere attenzione.

Alla fine di un lavoro c’è più ansia per come verrà accolto o solo il sollievo di aver liberato quell’idea? C’è stato un momento esatto in cui ha capito che scrivere era diventato necessario? Quando si mette l’ultimo punto c’è certamente una sensazione di liberazione. Hai convissuto per mesi con personaggi, immagini e conflitti, e improvvisamente quel mondo ha finalmente una forma compiuta. Subito dopo, però, arriva una sensazione diversa. Il libro smette di essere uno spazio privato e diventa territorio del lettore. Da quel momento non puoi più controllare completamente ciò che susciterà, quali parti verranno comprese, quali fraintese e quali, magari, troveranno significati che tu stessa non avevi previsto. Più che di ansia da prestazione parlerei di responsabilità nei confronti di ciò che si è scelto di consegnare agli altri. Ho capito che scrivere era diventato necessario quando mi sono resa conto che alcune storie continuavano a tornare. Non erano più un passatempo o un semplice esercizio creativo, ma una forma di comprensione. La scrittura, per me, serve a ricostruire, mettere ordine e dare un nome anche a ciò che inizialmente appare confuso o indicibile. A un certo punto ho capito che, se non avessi scritto certe storie, avrebbero continuato comunque a chiedermi spazio.

Scrivere, per lei, significa buttare fuori qualcosa che ha dentro oppure lo fa perché le piace creare nuovi mondi? E per un’autrice, quanto contano le recensioni? Le due cose, per me, sono inseparabili. L’urgenza emotiva è spesso il punto di partenza, ma credo che la narrativa debba andare oltre lo sfogo personale. Scrivere significa prendere qualcosa che inizialmente appartiene a una sensibilità individuale e trasformarlo in una storia nella quale anche qualcun altro possa riconoscere qualcosa di sé. Nel mio primo libro questo processo avviene in una forma più intima, simbolica e contemplativa. Con Il Roveto ho sentito invece il bisogno di mettermi alla prova anche sul piano narrativo: conservare quella stessa attenzione per il mondo interiore, ma affidarla a una trama più serrata, capace di generare tensione, mistero e domande. Ne “Il Roveto” il dramma interiore incontra la manipolazione, l’ombra del crimine, la percezione alterata della realtà e il controllo. È stato un modo diverso di affrontare temi che, in fondo, appartengono allo stesso territorio umano. Quanto alle recensioni, credo abbiano un valore importante. Permettono all’autore di capire dove e come il messaggio è arrivato. I rilievi costruttivi possono offrire spunti preziosi, mentre gli apprezzamenti naturalmente fanno piacere. Ma la cosa che più mi colpisce è quando un lettore riconosce nel libro qualcosa che io stessa non avevo previsto. In quel momento la storia smette davvero di appartenere soltanto a chi l’ha scritta. Le recensioni contano, ma non possono diventare la bussola principale. Quella deve restare legata alla coerenza della storia e alla sincerità con cui è stata scritta, senza inseguire le mode o il consenso facile.

Tra tutto ciò che ha scritto, c’è un passo a cui è legata in modo particolare? Quando i suoi libri arrivano alle prime persone, la sua mente corre già a immaginare una nuova storia? Nel mio esordio, L’amore è un sogno. La vita continua, sono molto legata al tema della rinascita e all’idea che anche una perdita possa lasciare, accanto al dolore, uno spazio dal quale ripartire. Ne Il roveto, invece, sento particolarmente vicino il momento in cui Jamie comprende davvero la natura di ciò che la circonda e sceglie di non lasciarsi ridurre a uno schema prevedibile. È un passaggio che rappresenta molto del significato del romanzo, il sistema vorrebbe trasformarla in qualcosa di conforme, controllabile, leggibile. Jamie sceglie invece di difendere la propria imperfezione, la propria sensibilità e persino le proprie contraddizioni. Per me il roveto rappresenta proprio questo. Non è soltanto ciò che ferisce. È anche ciò che bisogna attraversare quando la soluzione più semplice sarebbe restare immobili o accettare un’illusione rassicurante. Le spine sono il prezzo della consapevolezza, ma sono anche la prova che si è ancora vivi. Credo che il cuore di molte cose che scrivo sia proprio qui: nella dignità della fragilità umana e nella resistenza dell’individuo davanti a qualsiasi tentativo di ridurlo a qualcosa di perfettamente prevedibile. E sì, quando un libro comincia il proprio viaggio nelle mani dei lettori, dentro di me si apre quasi subito uno spazio nuovo. Ogni storia conclusa lascia una specie di vuoto, ma è un vuoto fertile. Prima o poi arriva un’immagine, una voce, una domanda o un personaggio che comincia a farsi sentire. Ed è così che una nuova storia ricomincia lentamente a chiedere di essere raccontata.

Come dice Lei G., prima o poi arriva una storia che comincia a formarsi. E la sua vi è piaciuta? A presto readers!

Di Michaela Alfano

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