Samuele Rizzuto: il pianista dell’anima

Samuele Rizzuto,
foto gentilmente concessa

Tra musica e impegno sociale

Oggi vi presento Samuele Rizzuto, alias il pianista dell’anima. Musicista, arrangiatore e compositore italiano, classe 1995, Samuele si è formato presso il Conservatorio G. Puccini, ma il suo legame con il pianoforte nasce in tenera età e da allora non si è mai spezzato. Tra le esperienze maturate, anche la presenza al Festival del Cinema di Venezia. La sua particolarità sta nel legare le note del pianoforte alle sensazioni, dando vita a un percorso in cui la musica diventa sinestesia e si trasforma in un susseguirsi di emozioni. Oggi Samuele conta quasi 90.000 follower su Instagram, oltre a una discreta fetta di pubblico su Facebook e YouTube. Chi lo segue lo sostiene quotidianamente e condivide le sue composizioni sui propri account. La novità che lo riempie di orgoglio è il suo tour d’esordio. Prima del debutto a Roma del 31 marzo 2027, ci sarà un appuntamento speciale a Padova il 21 dicembre 2026. Più che un concerto natalizio, “Note di Lavanda” sarà un viaggio animico ed esperienziale. Samuele crede da sempre nel potere della musica e dimostra questa sua sensibilità anche attraverso il suo impegno nel sociale. Sostiene infatti la lotta contro la malattia di Lafora, offrendo le sue note come una luce per illuminare il buio e portare speranza. Vi lascio alla lettura di questa nuova intervista.

Samuele Rizzuto a Venezia,
foto gentilmente concessa

Ci vuole raccontare che rapporto ha con il suo pianoforte? Quanto tempo gli dedica e ha mai dovuto fare delle rinunce per la musica? La musica è parte di me da sempre, fin da quando ne ho memoria. Il pianoforte, per me, non è semplicemente uno strumento musicale: lo considero un’estensione della mia anima, il mezzo più autentico attraverso il quale riesco a esprimere ciò che sono, le mie emozioni e il modo in cui interpreto la vita, i sentimenti e le storie che attraverso. Dedico alla musica ogni giorno della mia vita. È la mia più grande passione, ma anche il mio lavoro, e non riesco a immaginare un’esistenza senza di essa. Il percorso per arrivare fin qui, però, non è stato semplice. Ho dovuto affrontare rinunce, momenti di isolamento e situazioni in cui il mio sogno sembrava scontrarsi con le aspettative e le convinzioni di chi mi circondava. Non sono mancate persone che hanno cercato di scoraggiarmi, ma ho sempre sentito dentro di me che la musica fosse la strada che dovevo percorrere. Oggi, guardandomi indietro, sono profondamente grato anche per quei momenti difficili. Mi hanno fatto crescere come uomo e come artista. Molte delle mie composizioni più belle sono nate proprio da quelle esperienze. Ho imparato che anche il dolore, quando trova una voce nella musica, può trasformarsi in qualcosa di meraviglioso. La musica mi ha davvero salvato.

È definito “il pianista dell’anima”: cosa vuol dire per lei? E cosa vorrebbe arrivasse al pubblico? Essere definito “il pianista dell’anima” è per me un riconoscimento straordinario, ma anche una grande responsabilità. Questo nome nasce soprattutto dalle persone che ascoltano le mie composizioni. In tanti mi raccontano che la mia musica riesce a raggiungere qualcosa di molto profondo dentro di loro, che li aiuta a ritrovare serenità, ad affrontare momenti difficili o semplicemente a riconnettersi con le proprie emozioni. Ho compreso, attraverso queste testimonianze, quanto sia grande il bisogno delle persone di sentirsi comprese, di trovare uno spazio in cui potersi fermare, ascoltare e ritrovare se stesse. Quando mi siedo al pianoforte non penso soltanto a creare una bella melodia. Cerco di raccontare qualcosa che appartiene a me, ma che possa diventare anche parte della storia di chi ascolta. Vorrei che al pubblico arrivasse soprattutto questo messaggio: la musica può essere forza, speranza e rinascita. Se una mia composizione riesce ad accompagnare qualcuno in un momento difficile, a restituirgli coraggio o a fargli sentire che non è solo, allora sento di aver raggiunto qualcosa che va ben oltre la musica stessa.

Come nasce un suo spartito? E cosa prova sapendo che sarà poi suonato anche da qualcun altro? Ogni mia composizione nasce da un’emozione, da un’esperienza vissuta, da un ricordo o da un momento di particolare ispirazione. Spesso, quando mi siedo al pianoforte, non so ancora dove mi porterà la musica. Lascio che siano le emozioni a guidarmi, trasformandole poco alla volta in melodie e armonie. È un processo molto intimo, quasi come raccontare una storia senza utilizzare le parole. Solo successivamente arriva il momento di dare una forma scritta a ciò che ho creato, attraverso la partitura. È il passaggio in cui un’emozione personale diventa qualcosa che può essere condiviso, studiato e interpretato anche da altri musicisti. Sapere che le mie composizioni vengono eseguite da altri pianisti e musicisti, anche in diverse parti del mondo, mi emoziona profondamente. Credo che uno dei desideri più grandi di un compositore sia proprio quello di vedere la propria musica vivere oltre se stesso. Quando un altro musicista interpreta una mia composizione, quella musica non appartiene più soltanto a me: inizia a vivere anche attraverso la sensibilità di un’altra persona. Ed è qualcosa di meraviglioso, perché significa che ciò che è nato dentro di me può continuare a emozionare anche lontano da me.

Lei sostiene con la sua musica la lotta contro la malattia di Lafora: com’è nato questo impegno? Ci vuole raccontare qualcosa in più della malattia e delle persone che ne sono colpite? Il mio impegno nella lotta contro la malattia di Lafora è nato da una storia che mi ha toccato profondamente. Un giorno sono stato contattato da una madre che aveva perso sua figlia a causa di questa terribile malattia. Mi ha chiesto di comporre un brano che potesse ricordarla, che raccontasse attraverso la musica la sua storia e che contribuisse a sensibilizzare le persone su questa patologia. Da quella richiesta è nata una composizione dedicata alla memoria di sua figlia, ma soprattutto è nato un legame umano che ha dato alla mia musica un significato ancora più grande. La malattia di Lafora è una patologia neurologica genetica rara, grave e progressiva, che colpisce prevalentemente adolescenti e giovani. Provoca crisi epilettiche e un progressivo deterioramento delle capacità neurologiche, sconvolgendo non soltanto la vita di chi ne è colpito, ma anche quella delle famiglie. Conoscere queste storie mi ha fatto comprendere quanto sia importante dare voce a chi affronta quotidianamente battaglie così difficili. Da quel momento la mia musica è diventata anche uno strumento di sensibilizzazione e di sostegno alla lotta contro questa malattia. Per me è un impegno che va ben oltre la dimensione artistica. Significa mettere ciò che so fare al servizio di qualcosa di più grande. Se la mia musica può contribuire a mantenere viva la memoria di una persona, a dare forza a una famiglia o ad accendere una luce su una malattia ancora poco conosciuta, allora sento che la mia arte sta compiendo una delle sue missioni più importanti.

A marzo parte il suo primo tour da Roma: come si sente per questo nuovo viaggio? E c’è già un sogno su cui sta lavorando e che vuole anticiparci? Grazie per essersi raccontato. Sono profondamente emozionato. Questo tour rappresenta la realizzazione di un sogno per il quale ho lavorato, lottato e fatto tanti sacrifici. Pensare che presto potrò incontrare il mio pubblico nei teatri, guardare negli occhi le persone che fino a oggi hanno ascoltato le mie composizioni attraverso uno schermo e condividere con loro le mie emozioni dal vivo è qualcosa di straordinario. Il tour partirà da Roma a marzo e per me rappresenta un nuovo capitolo della mia vita artistica. Ma soprattutto sento che questo è soltanto l’inizio di un viaggio molto più grande. Ho sempre creduto che la musica non conosca confini, né geografici né culturali. Una melodia può parlare a persone che vivono dall’altra parte del mondo, che hanno storie, lingue e culture completamente diverse, eppure riescono a riconoscersi nella stessa emozione. Il mio grande sogno è portare le mie composizioni nei teatri di tutto il mondo, costruendo un percorso artistico internazionale e facendo sì che la mia musica possa diventare un punto di riferimento per chi cerca emozione, forza e speranza. Vorrei che i miei concerti fossero molto più di semplici esibizioni: vorrei che diventassero momenti in cui le persone possano sentirsi unite, ritrovare se stesse e ricordarsi che, anche nelle difficoltà, esiste sempre una possibilità di rinascita. Il mio sogno non è soltanto arrivare nei teatri più importanti del mondo, ma riuscire a raggiungere l’anima delle persone che li riempiono. E non vedo l’ora di iniziare questo viaggio.

Auguriamo a Samuele di realizzare tutti i suoi sogni. A presto readers!

Di Michaela Alfano

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