Alessio Scollo: “Vorrei che le mie poesie fossero come piccoli tagli provocati dalla carta”

Alessio Scollo,
foto gentilmente concessa

Quando la poesia incontra la filosofia

L’ospite di questo mese è Alessio Scollo, poeta e appassionato di musica: gli ho chiesto di raccontare, per voi, l’essenza della sua scrittura. Un dialogo che parte dalla poesia e arriva alla filosofia, passando per le emozioni che riesce a trasmettere a lettori e lettrici, il suo amore per Roma e, in particolare, quell’indissolubile legame che, è proprio il caso di dirlo, sente scorrere nelle vene con il suo San Lorenzo, il quartiere in cui è nato e cresciuto. Un’occasione per conoscere più da vicino il poeta e scoprire la genesi umana delle sue poesie. Se volete saperne di più, continuate la lettura perché sono sicura che rimarrete colpiti dalle sue parole.

Alessio Scollo,
foto gentilmente concessa

Benvenuto Alessio, grazie per essere qui. Nei suoi versi torna spesso ciò che rimane dentro dopo un vissuto: cosa sente il bisogno di esprimere attraverso questi temi? E cosa vorrebbe arrivasse a chi legge le sue poesie? Credo che la poesia nasca soprattutto da ciò che non riusciamo a lasciar andare completamente. Un’esperienza può finire, una persona può allontanarsi, un momento può appartenere al passato, ma qualcosa di quel vissuto continua a rimanere dentro di noi. È proprio quella parte che mi interessa raccontare. Attraverso la poesia cerco di dare una forma a emozioni, pensieri e sensazioni che spesso nella vita quotidiana rimangono senza parole. Non scrivo necessariamente per dare delle risposte, quanto per mettere a fuoco delle domande e dei sentimenti che appartengono, in fondo, a tutti. Se c’è qualcosa che vorrei arrivasse al lettore è proprio questo: la sensazione di non essere solo. Mi piacerebbe che qualcuno, leggendo un mio verso, potesse riconoscere qualcosa di sé e pensare: “Questa cosa l’ho provata anch’io, ma non ero mai riuscito a dirla in questo modo”.

Nella sua scrittura porta spesso l’attenzione su aspetti che rischiamo di non notare: da dove nasce l’ispirazione per ciò che scrive? E quando sente che un pensiero può diventare poesia? L’ispirazione può nascere praticamente da qualsiasi cosa: un incontro, un ricordo, una frase ascoltata per caso, un momento di solitudine, oppure semplicemente dall’osservazione di qualcosa che normalmente tendiamo a dare per scontato. Credo che la poesia abbia molto a che fare con il modo in cui si guarda la realtà. Non sempre bisogna cercare qualcosa di straordinario; a volte è proprio l’ordinario a nascondere qualcosa di profondo. Un pensiero diventa poesia quando smette di essere soltanto un pensiero e comincia ad avere dentro un’emozione. Quando sento che quelle parole non servono semplicemente a spiegare qualcosa, ma a trasmettere quell’emozione. In quel momento capisco che forse quel pensiero ha bisogno di diventare verso.

Lei è poeta e filosofo: come convivono queste due parti nella sua scrittura? C’è qualcosa che la poesia riesce a dire e che la filosofia non riesce a esprimere, oppure fanno parte dello stesso linguaggio? Non mi definirei un filosofo. Ho frequentato per un periodo l’Università di Filosofia, ma poi ho proseguito il mio rapporto con questa disciplina soprattutto attraverso lo studio personale, che continua ancora oggi. La filosofia, quindi, non è tanto un titolo che mi attribuisco, quanto una parte importante del mio modo di pensare e di guardare la realtà. Credo che questo abbia inevitabilmente influenzato anche la mia poesia. La filosofia mi porta a interrogarmi sulle cose, a cercare ciò che si nasconde dietro ciò che appare, mentre la poesia mi permette di trasformare quelle riflessioni in qualcosa di più emotivo e immediato. Forse è proprio questa la differenza che sento maggiormente: la filosofia mi spinge a cercare una risposta, mentre la poesia spesso mi porta ad accettare che una risposta non ci sia. E in alcuni casi penso che anche una domanda, se riesce a rimanere dentro una persona, possa avere più valore di una risposta.

Quando i lettori condividono sui social le sue poesie, le capita di vedere che qualcuno si riconosce nelle sue parole? E c’è un messaggio ricevuto che le è rimasto particolarmente dentro? Sì, ed è probabilmente uno degli aspetti più belli e inattesi dello scrivere. Quando una persona condivide una poesia o mi scrive dicendomi che si è riconosciuta in quelle parole, sento che quello che avevo scritto non appartiene più soltanto a me. Mi è capitato di ricevere messaggi da persone che mi hanno raccontato di aver trovato in una poesia qualcosa che stavano vivendo in quel momento, oppure qualcosa che avevano vissuto anni prima e che credevano di aver dimenticato. Sono proprio questi messaggi a ricordarmi perché vale la pena scrivere. Tra i messaggi che ho ricevuto ce n’è uno che mi è rimasto particolarmente dentro. Una lettrice mi ha scritto, dopo aver riletto il libro, che le veniva voglia ogni tanto di prenderlo e leggere una poesia e che, secondo lei, già questa era una vittoria. Poi ha descritto la sensazione che le avevano lasciato le poesie paragonandola a quella dei piccoli tagli provocati dalla carta: quei tagli sottili che quasi non si sentono subito, ma di cui ci si accorge davvero soltanto quando si vede il sangue. È un’immagine che mi ha colpito moltissimo, perché forse descrive proprio quello che vorrei che accadesse con le mie poesie. Non necessariamente colpire immediatamente, ma lasciare qualcosa che continua a lavorare dentro, magari anche quando la pagina è stata chiusa. Sapere che una persona ha percepito il libro in questo modo e che sente il desiderio di tornarci ogni tanto è, per me, una delle soddisfazioni più grandi che possa dare la scrittura.

Roma, la sua città, ha influenzato il suo modo di guardare e raccontare la realtà? Che cosa sente di aver portato con sé nel suo sguardo sul mondo, e c’è un angolo della città a cui è particolarmente legato? Grazie per la disponibilità. Roma ha sicuramente influenzato il mio modo di guardare la realtà. È una città piena di contrasti, dove il passato e il presente convivono continuamente e dove, anche nelle situazioni più quotidiane, si possono trovare storie, immagini e dettagli capaci di suscitare una riflessione. Essere nato e cresciuto a Roma ha contribuito a sviluppare in me uno sguardo molto attento a ciò che mi circonda, anche alle cose che spesso rischiamo di non vedere perché fanno semplicemente parte della nostra quotidianità. Sono particolarmente legato a San Lorenzo, il quartiere in cui sono nato. È un luogo che sento profondamente mio e che, inevitabilmente, fa parte della mia storia personale. Non a caso, nella raccolta “Il vocabolario del silenzio” ho inserito anche una poesia dedicata proprio a San Lorenzo. Credo che dedicargli una poesia sia stato, in qualche modo, un modo per restituire qualcosa a quel luogo: non soltanto raccontarlo, ma raccontare anche una parte di me attraverso di esso. San Lorenzo per me non è semplicemente un quartiere di Roma, ma un pezzo della mia memoria e della persona che sono diventato.

Siete pronti a lasciarvi avvolgere dai suoi versi? A presto readers!

Di Michaela Alfano

©Riproduzione riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: